Pratica lenta, pratica veloce

All’interno del curriculum tecnico della Wudang Fu Style Academy, è compreso lo studio e la pratica “veloce” della forma 88, che nella pratica lenta permette di sperimentare l’aspetto Wen legata all’aspetto del benessere mentre nella modalità rapida consente di studiare le applicazioni marziali dell’aspetto Wu.
Una delle caratteristiche più note delle discipline interne come il Tai Chi Chuan, il Ba Gua Zhang e il Qi Gong è la lentezza dei movimenti.

Anche chi non pratica queste discipline ha assistito ad una esibizione, ad una pratica in un parco cittadino o ad un servizio televisivo in un telegiornale o in un documentario dove questa caratteristica è quella che risalta di più.

I movimenti lenti e fluidi, l'armonia nei gesti e la postura rilassata e concentrata dei praticanti sono alcuni degli aspetti che affascinano gli spettatori e su cui non di rado viene posta una certa enfasi quando si descrivono queste discipline a chi si informi per valutare una sua eventuale partecipazione ad un corso strutturato.

Elogio della lentezza 


Queste stesse caratteristiche suscitano qualche perplessità nel nostro interlocutore, quando affermiamo che il  Tai Chi Chuan o il Ba Gua Zhang sono delle Arti marziali che sono state elaborate e impiegate in violenti scontri e cruenti combattimenti; abituati da film e rappresenzazioni che mostrano colpi guizzanti, salti e piroette, sembra davvero difficile credere che le nostre discipline possano avere qualcosa a che fare con queste tecniche acrobatiche e spettacolari.

D'altronde in Occidente la cultura imperante ha sempre esaltato il “più”: il più forte, il più veloce, il più furbo; la vittoria su un avversario – umano o animale che fosse – avveniva sempre con la sua eliminazione fisica ottenuta con la forza dei muscoli o con un astuto stratagemma. Siamo la civiltà che esalta Ulisse, l'accecatore di Polifemo, lo sterminatore dei Proci, l'ideatore del Cavallo di Troia, un re che fu un valoroso combattente ma anche un ladro ed un bugiardo pronto a tutto per raggiungere i suoi obbiettivi. Per noi occidentali gli opposti sono inconciliabili e non complementari, il bianco è il contrario del nero e chi non è con noi è contro di noi.

Non è questo il luogo dove sviluppare una analisi sociologica, l'accenno sopra riportato vuole quindi solamente evidenziare una difficoltà – vissuta almeno una volte da chi pratica le discipline orientali – nello spiegarne la filosofia e le finalità a chi ne abbia solo una vaga ed indiretta conoscenza.

Occorre dire che la cultura orientale – invero come tutte le culture antiche – è molto più pragmatica ed utilitaristica di quanto ci possa apparire a prima vista. Anche l'opera apparentemente più futile, anche l'azione di cui superficialmente non riusciamo a cogliere la finalità pratica hanno uno scopo preciso ed una ragione di essere che – anche se a volte ammantati di simbolismo e fantasia – hanno una chiara origine ed una motivazione solida.

Ecco quindi che basta fermarsi un po' a riflettere per comprendere appieno il motivo che rende opportuno e consigliabile un addestramento lento; ovviamente ciascuna disciplina e ciascuna Scuola hanno specifici argomenti da proporre, quindi qui ci limiteremo ad un discorso generico, che possa richiamare delle valutazioni che – per quanto superficiali – possano comunque essere ampiamente condivisibili.

Innanzi tutto, rallentare il movimento richiede una “presenza” ed una attenzione molto maggiore di quella che impiegheremmo per eseguire lo stesso movimento alla velocità a cui lo eseguiremmo normalmente.  Per constatare quanto questa affermazione sia vera, possiamo eseguire un esercizio semplice ma non facile, come direbbe il Maestro Severino Maistrello: scegliamo un movimento qualsiasi, quello che eseguiamo più volte durante il giorno, così abituale che oramai lo compiamo quasi automaticamente. Può essere un movimento semplice anzi, più è semplice e meglio è: possiamo scegliere di prendere un libro, fare quattro passi in casa, far scorrere una mano dal mento all’addome, bere un bicchiere d’acqua. Eseguiamolo prima normalmente, poi ripetiamolo ad una velocità dimezzata e poi ancora sempre più lento. Quasi certamente constateremo una sorta di fatica maggiore, non solo fisica ma anche emotiva, e altrettanto probabile sarà la constatazione che il rallentare il movimento ci darà la possibilità di osservarlo e di osservarci in maniera molto diversa di come faremmo normalmente.

Se immaginiamo – ad esempio – di fare quattro passi, il movimento rallentato ci permetterà di percepire le variazioni di equilibrio, come il peso si sposta da un piede all’altro e come si distribuisce su ogni parte di ciascun piede, quanto siano rilassate le spalle, dove sia orientato lo sguardo e tanto altro ancora.

Oltre a consentirci una maggiore percezione di noi stessi, un movimento lento consente anche ad un insegnante di controllare nei particolari anche la modalità di esecuzione da parte degli allievi, fattore evidentemente molto importante ai fini didattici.

Passare dal lento al veloce


Basteranno pochi esercizi simili a quelli prima descritti per concordare che è molto più facile passare dal lento al veloce piuttosto che passare dal veloce al lento. Proprio per questo la pratica delle discipline interne comincia in maniera lenta, in maniera da consentire il controllo dell’equilibrio, la costruzione di una struttura psicofisica efficiente e la realizzazione di una corretta condizione di rilassamento attivo.

Ma è facilmente comprensibile che se ci si limitasse alla sola esecuzione lenta, rinunceremmo ad una parte importante della pratica, e questo perché possiamo apprezzare una condizione anche sperimentando quella complementare, come è ben evidenziato dalla teoria dello Yin/Yang.

Per questo motivo, all’interno del curriculum tecnico della Wudang Fu Style Academy, è compreso lo studio e la pratica “veloce” della forma 88, che nella pratica lenta permette di sperimentare l’aspetto Wen legata all’aspetto del benessere mentre nella modalità rapida consente di studiare le applicazioni marziali dell’aspetto Wu.

Oltre alla forma 88, nel Vecchio stile Fu, come trasmesso dal Gran Maestro To Yu e da Severino Maistrello, suo studente diretto di terza generazione e direttore tecnico della WFSA, è compresa la pratica delle forme dello Lian Yi Chuan, che mette insieme tanto la pratica lenta che quella veloce, e lo studio del Tai Chi dei Palmi Fulminanti che, come suggerisce lo stesso nome, mette l’enfasi su movimenti rapidi ed “esplosivi”.

Utile complemento delle pratiche a mani nude è lo studio delle armi tradizionali, comprese nel curriculum del Vecchio Stile Fu: sciabola, spada e bastone lancia, così come il ventaglio, permettono di esplorare – ciascuno in base alle specifiche caratteristiche dell’arma – tanto movimenti lenti che rapidi, sia con traiettorie fendenti che di affondo.

Quando accelerare? Quando rallentare?


Come abbiamo detto in precedenza, nell’ambito delle discipline interne, lo studio delle varie forme comincia con la modalità lenta. Con il proseguire dell’esperienza si procede lungo due percorsi paralleli: da una parte si rallenta sempre più il movimento, per migliorare il proprio autocontrollo, capacità di percezione ed equilibrio, dall’altra si approccia d una pratica veloce, in grado di esprimere forza ed energia con l’espressione del corretto Fa Jing.

A questo punto, la domanda che molti si staranno facendo è: quando e perché la mia pratica può 
passare da lenta a veloce?

Come è facile immaginare, ciascuna Scuola ha le sue regole, e ogni insegnante decide come e quando indirizzare il proprio allievo in questa modalità di pratica che – se non opportunamente controllata – può causare anche incidenti fisici e fraintendimenti rispetto alle finalità della pratica stessa. Anche in questo caso quindi possiamo riportare solo delle indicazioni estremamente generiche, che vanno poi interpretate in bale alle peculiarità del singolo praticante.

Possiamo quindi dire che una delle prime condizioni che dobbiamo raggiungere per passare allo studio delle forme veloci è l’aver acquisito la capacità di mantenere l'integrità fisica ed energetica durante l’esecuzione dei miei movimenti. In altre parole, sarò pronto quando – pur accelerandole ie tecniche o i singoli movimenti – mantengo correttamente il mio equilibrio e la mia struttura psico-fisica. Qualora dovessi verificare l’assenza di tali condizioni sarà necessario ritornare ad una pratica più lenta, da accelerare poi progressivamente sempre in base alla mia effettiva capacità di mantenere le condizioni di base.

La seconda condizione che dovrò verificare è la capacità di esprimere tecniche e movimenti in maniera corretta. In altre parole, la velocità non deve essere raggiunta al prezzo di sacrificare la esatta e precisa esecuzione delle forme. Quasi sempre, se mi muovo ad una velocità eccessiva, i movimenti sono imprecisi, le posture poco stabili, i passi approssimati e alcuni particolari – anche importanti – vengono trascurati o eseguiti in maniera imprecisa. Anche in questo caso, se mi rendo conto del verificarsi di queste trascuratezze, devo rallentare i miei movimenti e ritornare ad una velocità che  mi permetta di curare precisione ed efficacia.

Terzo fattore da verificare è la capacità di esprimere il Fa Jing, una sorta di energia “esplosiva” che deve però essere emessa sempre in maniera consapevole e controllata. E’ questa forse la condizione più difficile da valutare e quindi quella che più facilmente può generare incomprensioni e fraintendimenti. Nella espressione del Fa Jing non è importante la velocità del movimento quanto la energia che viene evidenziata ed il controllo che riesco ad esprimere. Non tutti i movimenti devono quindi essere inutilmente velocizzati ma piuttosto ciascuno di questi deve apparire “pieno” e congruente all’interno alla sequenza che sto eseguendo.

Dualità nell’unità


Lo abbiamo già detto ma è bene ripeterlo; “lento” e “veloce” (volutamente tra virgolette) sono due concetti relativi e complementari e l’uno non avrebbe senso senza l’altro, pertanto è bene non tralasciare mai completamente una modalità di esecuzione a favole dell’altra anzi, ciascuna di queste viene appresa prima e meglio proprio praticando anche l’aspetto complementare.

Quindi, alla pratica delle forme veloce ed alla esercitazione sulla emissione del Fa Jing deve opportunamente affiancarsi la pratica delle posture statiche come il Tom-ma , lo Zhan Zhuang o il Fang Song Gong. Alla stessa maniera – come abbiamo scritto in un articolo precedente – la pratica della forma può (per non dire deve…) essere effettuata dove possibile con più ripetizioni, in ciascuna delle quali esplorare aspetti diversi dello stesso movimento, in maniera da sperimentare la apparente contraddizione della affermazione che evidenzia che “c’è quiete nel movimento e movimento nella quiete”.

Attraverso una pratica costante e consapevole svilupperò così la capacità di conciliare gli opposti e renderli complementari, cogliendo le infinite sfaccettature di una condizione solo apparentemente uguale a sé stessa, una abilità che potrò utilmente applicare a tante situazioni vissute nel mio quotidiano, anche al di fuori della mia pratica delle discipline interne.