Scomporre la forma per comprenderla: dal movimento visibile al principio
Scomporre la forma significa imparare a vedere ciò che normalmente passa inosservato e trasformare una sequenza in una serie di domande e una tecnica in un principio.
A un primo sguardo vediamo una postura o una tecnica. A un livello successivo riconosciamo un'applicazione marziale. Più in profondità possiamo osservare il modo in cui il corpo trasferisce il peso, come il bacino coordina il movimento, come la colonna si organizza e come le forze attraversano il corpo.
La forma, quindi, può essere studiata come un insieme di unità; acquisita una forma, o anche una parte di essa, è possibile scomporla, analizzarla e studiarne il lavoro specifico prima di ricomporla nella sequenza. L'obiettivo non è accumulare movimenti, ma comprenderne la qualità.
Perché scomporre?
Imparare una sequenza dall'inizio alla fine può essere utile, ma presenta un limite evidente: il cervello tende a concentrarsi sulla successione dei movimenti più che sulla essenza di ciascuno di questi.Quando impariamo una forma nuova, una parte dell'attenzione è impegnata a ricordare quale movimento viene dopo. Questo riduce la capacità di percepire ciò che sta accadendo realmente nel corpo.
Scomporre significa invece interrompere temporaneamente la continuità della sequenza per approfondire un elemento.
Prendiamo un semplice cambio di direzione; se lo inseriamo nella forma, possiamo limitarci a eseguirlo. Se lo isoliamo, possiamo studiare come si sposta il peso, quale piede sostiene, come ruota il bacino, cosa accade alla colonna vertebrale, come si orientano le ginocchia, come si muovono le braccia, quale relazione esiste tra parte superiore e inferiore del corpo.
La scomposizione permette quindi di vedere ciò che la continuità tende a nascondere.
Dalla tecnica alla funzione
La scomposizione non dovrebbe però trasformarsi in un'analisi puramente meccanica, perché un rischio della didattica moderna è sostituire la memorizzazione della forma con la memorizzazione di una serie di correzioni che immaginiamo debbano valere sempre e comunque, indipendentemente dal livello d’esperienza del praticante e dall’obbiettivo della pratica stessa.
“Il piede deve stare qui”, “La mano deve arrivare lì”, “La spalla deve essere abbassata” sono indicazioni che possono essere utili, ma che se vengono isolate dal principio rischiano di produrre un movimento artificiale e fine a sé stesso, in cui chi esegue l’azione non ha capito il motivo per cui questa va eseguita in un certo modo.
La domanda più interessante è: Perché?
Perché il piede deve essere orientato in quel modo? Perché il peso deve spostarsi prima di muovere la mano? Perché la spalla deve rimanere libera? Perché la rotazione del tronco deve essere coordinata con quella degli arti?
Quando l'allievo comprende la funzione, la correzione smette di essere un comando esterno e diventa una conoscenza interna.
Studiare la forma in coppia
Nella Wudang Fu Style Academy, un elemento particolarmente importante della didattica delle Discipline Interne come il Tai Chi Chuan o il Pa Kua Chang è l'introduzione delle applicazioni già durante lo studio delle singole forme.Non si tratta necessariamente di cercare immediatamente un'applicazione “efficace” a livello applicativo o marziale perché l'obiettivo iniziale può essere semplicemente capire che cosa sta facendo il movimento.
Questa comprensione non richiede necessariamente di essere dei praticanti esperti; quindi anche un principiante, attraverso lo studio e la pratica delle applicazioni, può comprendere meglio le forme di base.
Questo cambia radicalmente la percezione del movimento, perché una mano che sale non è più semplicemente una mano che sale ma invece potrebbe intercettare una forza, deviare un'azione, controllare un arto, creare uno spazio oppure preparare una trasformazione.
Il praticante comincia così a comprendere che la forma non è un insieme arbitrario di gesti.
La tecnica come principio, non come soluzione fissa
Un errore frequente consiste nel cercare una corrispondenza rigida: “Questo movimento serve a fare questa tecnica.” E’ come immaginare che se vogliamo andare da Roma a Milano esista solo una strada che noi possiamo percorrere.
Le arti interne propongono invece una prospettiva più dinamica e la stessa struttura può assumere significati differenti a seconda della distanza, della direzione, dell'intenzione dell'altro e della posizione reciproca.
Per questo la forma dovrebbe fornire principi da comprendere e applicare e non ricette universali e uguali per tutti.
Sia chiaro, la tecnica chiusa è utile per imparare ed è la mappa indispensabile per intraprendere un percorso nelle Discipline Interne, ma la tecnica effettiva è ciò che emerge quando il principio è stato assimilato.
Alla stessa maniera, i movimenti delle forme canoniche possono essere considerati inizialmente come “tecniche chiuse” per fornire un riferimento didattico unico e valido per tutti, consapevoli però che questi che devono poi potersi trasformare in tecniche aperte attraverso la capacità di adattamento del praticante.
La ripetizione intelligente
Ai fini dell’apprendimento, ripetere un movimento è indispensabile, ma sappiamo bene che esistono diversi modi di ripetere, con effetti e risultati diametralmente diversi – se non opposti – tra loro.
Possiamo ripetere un movimento cercando semplicemente di riprodurre la forma esteriore, con l’effetto che il M° Severino Maistrello – Direttore Tecnico della Wudang Fu Style Academy e successore del Gran Maestro To Yu – definisce come “agitare le mani per scacciare le zanzare”, oppure possiamo ripetere lo stesso movimento ponendo ogni volta una domanda diversa.
La prima ripetizione può riguardare l'equilibrio, la seconda il rilassamento attivo, la terza la respirazione, la quarta la relazione tra piedi e mani, la quinta l'applicazione, la sesta la continuità e così via.
In questo modo la ripetizione diventa progressiva esplorazione e questa è una delle differenze fondamentali tra una ripetizione passiva e un allenamento consapevole.
La forma come laboratorio percettivo
Come scopriamo subito, già dal primo giorno di pratica, le arti interne sviluppano una capacità particolare: sentire.Sentire il peso, sentire la tensione, sentire la direzione, sentire quando una parte del corpo anticipa un'altra, sentire quando il movimento si interrompe, sentire quando il corpo perde il centro e questa sensibilità non può essere trasmessa soltanto attraverso spiegazioni verbali, per quanto capace sia l’insegnante e quanto volonteroso sia l’allievo.
È quindi necessario creare situazioni nelle quali il praticante possa sperimentarla ed è per questo motivo che il lavoro a coppie assume un valore didattico così importante.
Un partner fornisce informazioni che il praticante da solo non può sempre percepire, una pressione leggera può mostrare immediatamente se una struttura è stabile, una variazione minima della direzione può rivelare una rigidità nascosta, un contatto può far comprendere che una tecnica apparentemente corretta non è realmente collegata a tutto il corpo.
Dalla parte al tutto
Scomporre non significa frammentare definitivamente, ma solamente adattare la dimensione dell’esercizio alla capacità di comprensione di chi lo sta eseguendo.
Per questo, il processo didattico dovrebbe prevedere una serie di passaggi: intero → parte → comprensione → integrazione → spontaneità.
Prima vediamo il movimento nel suo insieme, poi lo analizziamo, successivamente ne comprendiamo la struttura e infine lo ricomponiamo.
Quando il processo è riuscito, la parte non viene più percepita separatamente ma diventa parte di un movimento globale.
Questo è fondamentale perché una forma di Tai Chi Chuan o di Pa Kua Chang, così come un esercizio di Qi Gong non sono una collezione di articolazioni che si muovono una dopo l'altra ma rappresentano un'organizzazione integrata, logica, razionale, efficace ed efficente.
La qualità della transizione
Un elemento spesso trascurato è ciò che accade tra due tecniche e capita spesso che molti praticanti concentrino l'attenzione sui movimenti che – a torto o a ragione – considerano “importanti”, ritenendo quasi neutro il passaggio tra uno e l'altro.Nelle Arti Interne, invece, è proprio la transizione può rivelare il livello di comprensione, perché se il praticante deve fermarsi per cambiare tecnica, significa che probabilmente esiste una discontinuità mentre quando invece un movimento nasce naturalmente dal precedente, la forma acquista continuità e la transizione diventa un luogo di studio.
Conclusione
Scomporre la forma significa imparare a vedere ciò che normalmente passa inosservato e trasformare una sequenza in una serie di domande e una tecnica in un principio.
Ovviamente il praticante non deve diventare un anatomista né un teorico ma deve imparare a utilizzare l'analisi per tornare alla percezione. In questa maniera la forma viene scomposta per essere compresa e poi ricomposta per essere vissuta.
Il punto d'arrivo non è sapere spiegare ogni movimento ma riuscire a eseguirlo senza doverlo più spiegare mentalmente.
Quando ciò accade, la tecnica comincia a diventare parte del corpo.